(ANSA) - ROMA, 22 FEB 22:36 - I neutrini non sono più veloci della luce. Le misure rilevate nel settembre scorso sarebbero dovute ad un’anomalia nel funzionamento degli apparati utilizzati per misurare la velocità dei neutrini. A scoprire l’anomalia sono stati gli stessi ricercatori italiani che lavorano al rivelatore Opera e che il 23 settembre 2011 avevano notato una discrepanza di 60 nanosecondi tra la velocità dei neutrini e quella della luce, a vantaggio dei primi.
Chi si immagina la Scienza con la s maiuscola come una società ideale nella società, fatta di gentlemen in camice bianco che con assoluta dedizione e sterile trasparenza ogni giorno lavorano nell’onorevole impresa della Conoscenza, per aggiungere un nuovo tassello nel grande quadro dell’Umanità, si sentirà piuttosto turbato da questa notizia. Il grande tassello della Scoperta scientifica dei neutrini aveva dato un nuovo significato all’intero quadro, ci aveva proiettati in un’epoca post-einsteiniana, dove – almeno sulla carta – era possibile il superamento della velocità della luce. Dopo aver fatto saltare in aria la frontiera dello spazio terrestre, con le invenzioni delle telecomunicazioni, restava ancora in piedi quella del tempo – da abbattere il più presto possibile, per il bene della Scienza, cioè dell’Umanità.
Eppure è un’esperienza umana che il tempo, a differenza dello spazio, è qualcosa che sfugge di mano, che – se non fosse per l’orologio – sarebbe difficile o impossibile da governare. Per quanto i ritmi solari o lunari siano stati sfruttati dall’uomo nelle sue attività, è solo grazie all’orologio che si è raggiunta quella precisione di calcolo (quasi) assoluta che ha, a sua volta, reso possibile il tipo di società nel quale viviamo oggi. Una società altamente organizzata in cui è possibile fare a meno dell’orologio perché tutto, dal semaforo alla coffee break, è simbolo dell’orologio. La fede nello scorrere delle lancette nell’ottuso cerchio delle ore si è trasferita ad ogni oggetto caratterizzato da una determinata regolarità e ripetizione, e a noi uomini e donne comuni non ci resta che camminare come Dorothy su questo “sentiero di mattoni dorati”.
Tuttavia ogni tanto qualche mattone smotta o si sgretola, ci fa inciampare, imprechiamo con chi ha costruito quel particolare pezzo di porfido dorato (“errore umano”), senza osare discutere la tecnologia che l’ha prodotto e, soprattutto, senza mettere in discussione l’esistenza stessa del sentiero! A quanto pare con i neutrini c’è stato un errore, un errore strumentale: nello strumento, non nel fine. Una questione da orologiai, che prima o poi qualcuno aggiusterà con le pinze adatte (e con l’opportuna dis-umanità!). Questo ci viene detto, questo ci immaginiamo che accada, e da un certo punto di vista è così. Eppure la pseudo-scoperta dei neutrini ha fatto galoppare troppo la nostra fervida immaginazione che ora non è più possibile tornare indietro. La scoperta, in altre parole, ha aperto una ferita nel nostro modo di vedere il mondo che, per quanto si possa ufficialmente smentire, ha già generato degli effetti reali e mentali. La condanna dell’imprinting, “la prima impressione è quella che conta”, si rivela in questi casi davvero insopportabile. La Scienza col suo strascico mediatico farà di tutto per parlarne, per moltiplicare fino ad implodere il senso della scoperta e della smentita, per riaffermare prepotentemente che, nonostante tutto, la Scienza è ancora degna di credito – e di crediti!
All’uomo e alla donna comune resterà un senso vago di smarrimento e di incertezza, difficilmente esprimibile a parole. Sprofondiamo così nella dissonanza cognitiva, quel disturbo psicologico derivante dall’accostamento di due idee contrapposte, entrambe iniettate violentemente nelle nostre sinapsi dai media. A cosa dobbiamo credere? Alle prime impressioni o alle ultime precisazioni? Come reagiamo per ridurre la nostra insicurezza? Reagiamo informandoci, cercando attivamente di capire qual è la verità più vera, perché – si dice ancora – “la Verità esiste, basta solo guardare bene”. Ma è pure possibile che un’ondata di sconforto ci travolga, che il sentimento negativo prodotto dalla smentita si traduca in una sfiducia più generale nel confronti dell’apparato tecnico-scientifico, e che ogni futuro traguardo oggettivo sia accolto da un soggettivo rifiuto. Infine è possibile una terza soluzione, più difficile e più radicale: puntare lo sguardo direttamente sull’apparato tecnico-scientifico, cercare di capire cosa significa “scoperta”, rispetto a cosa e come viene realizzata, da chi, in quali condizioni lavorative (e contrattuali!), cercare di capire qual è il ritorno monetario e non monetario per un laboratorio. Si vedrà, forse, che l’ambiente è impregnato di una cultura maschilista e dominato dal dogma dell’infallibilità dell’apparecchiatura tecnologica impiegata e dall’assunta coerenza tra il significante che appare sui monitor e il significato concettuale, tra un pixel lampeggiante e la scoperta dei neutrini. Eppure il pixel lampeggiante dipende da un apparecchio alimentato elettricamente, che emana una certa carica elettrostatica, a sua volta monitorabile con un altro strumento, e così via.
Ogni affermazione scientifica dipende da uno strumento di controllo costruito, che incorpora già una certa visione del mondo e che produrrà una conoscenza pre-determinata e ristretta. Al di là della forma concreta, esso non è altro che una versione molto sofisticata dell’orologio, che ne condivide i relativi problemi di significato. Una lancetta ci dice che abbiamo ancora tempo o che siamo in ritardo, a prescindere da quello che noi sentiamo. La lancetta ci proietta in un mondo sociale ordinato e organizzato dal quale non possiamo sottrarci, ma del tempo in sé, ci dice poco o nulla. Allo stesso modo un termometro può dirci che da una certa temperatura abbiamo la febbre, ma il nostro stato di salute è piuttosto indipendente da quello che convenzionalmente è indicato dalla colonna di mercurio e dal righello con la tacca rossa. (Nota bene. Nel sofisticato termometro elettronico-digitale la mera cifra che ci viene comunicata ci fa perdere il senso delle proporzioni, che il righello ci obbligava a considerare, garantendo così un effetto persuasivo maggiore e inappellabile).
Si vedrà, infine, la distanza tra ciò che viene fatto nel laboratorio e ciò che viene detto al mondo esterno. Solo guardando la scienza con la s minuscola, quella che si pratica nei laboratori di tutto il mondo, solo studiandone le routine organizzative, la cultura degli addetti ai lavori, le relazioni tra finanziatori, media e ricercatori, potremo avere una idea più chiara della portata delle cosiddette scoperte e, soprattutto, delle smentite. Forse il senso di una scoperta è più umanamente il senso della vita con la v minuscola, la vita dei ricercatori (molti dei quali sottopagati e precari!), i quali per vivere non producono spilli o automobili, ma conoscenza spacciandola per Scienza, perché solo elevando la s alla maiuscola possono garantirsi il loro sacrosanto tozzo di pane quotidiano!
A ben vedere l’armadietto dove ogni giorno l’Uomo di Scienza ripone il proprio camice bianco, sporco del grasso dorato degli ingranaggi del Grande Orologio del Mondo, non è diverso da quello in cui l’operaio ripone la propria tuta blu, sporca di grassi meno nobili dello stesso meccanismo, e nemmeno tanto diverso dal cassetto in cui la massaia ripone il suo grembiule a fiori, sporco dei grassi alimentari che hanno nutrito tanto l’operaio quanto lo scienziato.


February 24th, 2012 @ rcarradore
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