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La misura.

Editoriali / Sguardi / 11 novembre 2014

Ognuno misura sempre la realtà sui propri parametri o su quelli che il buonsenso e il buoncostume hanno istituzionalizzato. O stereotipato. Comunque non sono gli stereotipi che mi preoccupano perché quelli servono pure, aiutano il discernimento ed il riconoscimento identitario se ben usati – ovvio.

Invece ci sono delle misure che non possono avere parametri veri. La misura dell’amore. Ok, ci sono persone speciali che riescono a darne a quintali, gratuito, incondizionato, tipo Madre Teresa: quelli come lei sono battitori liberi, fuoriclasse del bene. Invece mi sembra di vedere sottili gare d’amore fra amiche, meno sottili gare d’amore sui social, come se la misura fosse univoca e percepibile. Dieci foto felici e una pila di regali dopo il percepito della felicità si impenna. E crea misure. Sulle vite degli altri. Per trovarsi poi a caccia di qualcosa che non sappiamo, costruito su una vita che non è la nostra, costruito per non andare per forza bene ad una vita nostra. Ho avuto questa sensazione nettissima quando ho cominciato a spiare le foto degli altri e cercare qualcosa di comune. Quindi ho smesso in fretta, spaventata, ma tutto intorno le misure si appiattiscono. Rimpiango quando un racconto da sedicenni svelava sentimenti espressi con parole personali e proprie che creavano empatia, non certo la ricerca del “più io di te”. Ma così è, se vi pare, e anche se non.

Ora mi dedicherò ad un buon bicchiere di vino, una cena in compagnia, una notte accanto a chi amo.

La mia misura dello stare bene.

Viola per toutcourt.org

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